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La propriocezione nella spalla PDF Stampa E-mail
Il termine sensibilità propriocettiva fu introdotto nel 1906 da Sherrington per indicare l’insieme dei segnali nervosi che si originano durante il movimento. Secondo questa definizione gli stimoli adeguati sono applicati dall’organismo stesso a recettori specifici che si trovano all’interno degli organi di movimento, di qui la definizione di proprio.

A quasi 100 anni di distanza, questa definizione è ancora attuale, anche se il concetto originario di sensibilità propriocettiva ha subito notevoli evoluzioni ed estensioni. In particolare, accanto ai segnali provenienti dai due tipi principali di propriocettori presenti nei mammiferi, i fusi neuromuscolari e gli organi muscolo tendinei del Golgi, attualmente vengono inclusi nella sensibilità propriocettiva anche quelli provenienti da altri recettori, situati nei muscoli e nelle articolazioni, destinati a ricevere stimoli di varia natura, tattili, pressori, dolorifici.

La sensibilità somatica profonda che è alla base del sistema propriocettivo si struttura attraverso: i propriocettori articolari, che danno la sensazione cosciente del senso di posizione; i propriocettori muscolari, che espletano la regolazione non cosciente e riflessa del senso di movimento; i recettori profondi non propriocettori, che regolano la posizione e il movimento ma sono attivati in modo diretto e non specifico.

Lo stesso Sir Charles Sherrington è stato uno dei neurofisiologi che maggiormente ha contribuito alla comprensione delle più importanti relazioni neuromuscolari che permettono il mantenimento della postura, che possiamo definire come “atteggiamento somatico risultante da complessi meccanismi di correlazione ed integrazione neuromuscolare di impulsi periferici elaborati dal S.N.C ed attuati a tutto il soma.”

Le componenti del tono posturale sono essenzialmente identificabili attraverso le componenti spinali, attraverso il sistema afferente ed efferente, e la componente sovraspinale, attraverso l’apparato vestibolare, reticolare e cerebellare. Entrambe le componenti del tono posturale contribuiscono al mantenimento della stazione eretta che come scrisse lo stesso Sherrington, è una risposta posturale estesa e composita,nella cui attuazione è di importanza fondamentale la contrazione dei muscoli antigravitari che controbilanciano il peso del corpo, che altrimenti, flettendo le articolazioni, provocherebbe la caduta a terra.

La propriocettiva è divenuta un pilastro fondamentale nel processo di recupero funzionale di un articolazione ma anche nel sopperire ad una lacunosa padronanza posturale e motoria. A tal proposito cito il pensiero di D.A. Lemoine secondo il quale la “sensibilità propriocettiva consente di percepire le sensazioni di spostamento, attivo o passivo che sia, del peso, della resistenza, dello sforzo, seguite da un immediato adattamento che può essere cosciente, ma perlopiù è incosciente, mediante adeguate contromisure espresse da movimenti o attitudini consoni alla correzione”.

Il sistema propriocettivo è composto dal concetto di propriocezione, inteso come percezione del proprio segmento corporeo nello spazio; cinestesia come la capacità di percepire il movimento e la sua direzione; il tutto integrato dall’informazione tattile, visiva e vestibolare.

Proprio quest’ultimo riveste un grande importanza sul sistema propriocettivo, ed è stato dimostrato da Tomatis il quale ha rilevato come in soggetti che in seguito ad uno shock uditivo, abbiano conseguito un blocco uditivo sulle frequenze medio-alte (4000/8000 Hz), con l’effetto fisiologico di un rilassamento dei muscoli dell’orecchio medio e quindi una percezione distorta dei suoni, si incorre in un cattivo assetto posturale. Questo dimostra da una parte che l’orecchio non è solo un organo sensoriale ma anche un integratore posturale, dall’altra che associazione tra chinesiologia educativa e metodo Tomatis permette, come testimoniano i risultati ottenuti fino ad esso, risultati veloci e duraturi nel tempo nel risolvere difetti posturali che possono essere alla base di patologie al cingolo scapolo-omerale.

La ginnastica propriocettiva come afferma Wyke si pone l’obiettivo di una riprogrammazzione neuromuscolare che oltre a migliorare la propriocezione e la sinestesia cerca di prevenire alterazioni dell’assetto posturale. Questo approccio propriocettivo a livello della spalla è giustificato, secondo Vangness, dall’esistenza di terminazioni libere e meccanocettori a livello dei legamenti gleno-omerale, coraco clavicolare, coraco-acromiale e del labbro glenoideo. Questo è stato ipotizzato anche dallo studio di Jerosch del 1996 in cui veniva analizzata,su un gruppo di soggetti sani, la capacità di riproduzione di un angolo passivo di movimento (RPP Test, Range Passive Position ). I risultati hanno infatti dimostrato tra i soggetti una varianza bassa nelle abilità propriocettive e un influenza della vista. Inoltre i risultati migliori sono stati ottenuti al di sopra del livello della spalla piuttosto che al di sotto.
Tutto ciò può essere spiegato ipotizzando un incremento dell’attività dei meccanorecettori quando viene messo in tensione il legamento gleno-omerale inferiore.

Oltre al semplice RPP Test esistono altri metodi di valutazione che permettono di monitorare una possibile evoluzione del sistema propriocettivo dell’arto trattato. Il TTDPM (Threshold To Detect Passive Motion) è uno di questi che utilizza l’ausilio di una macchina isocinetica, o l’elettromiografo che misura la latenza della contrazione muscolare riflessa, quest’ultimo sicuramente più preciso ma anche il più invasivo.

Il potenziamento muscolare gioca un ruolo importante nel migliorare il meccanismo di concavità compressione, e nel ridurre il rischio di fatica muscolare (per esempio nella fase finale di un evento sportivo) che porta alla perdita di propriocezione e ad una possibile lesione articolare.

Lephart suggerisce la seguente progressione nell’allenamento per restituire la propriocezione e il controllo neuromuscolare.

1. senso si posizione articolare e sinestesia: esercizi di riposizionamento gleno-omerale con e senza l’aiuto della vista, esercizi propriocettivi neuromuscolari con resistenza manuale.

2. stabilizzazione dinamica dell’articolazione: esercizi di carico assiale sull’articolazione gleno-omerale ( catena cinetica chiusa con una tavola di equilibrio posta tra la mano e il pavimento ), per stimolare l’attivazione sia dei muscoli gleno-omerali che scapolo toracici.

3. controllo neuromuscolare reattivo: esercizi pliometrici di lancio (contro un muro) e di presa di una palla.

4. attività funzionalmente specifiche secondo lo sport praticato dall’atleta e dal suo ruolo nel team.

La fase di miglioramento del controllo neuromuscolare deve essere utilizzata quando l’arto leso ha recuperato la sua completa articolarità, la sua normale artrocinematica e ha ritrovato la sua funzione muscolare.
Seguendo queste linee guida, possono essere realizzati molti altri esercizi. È importante permettere una buona “compliance” del paziente, prescrivendo esercizi che seguano una progressione lineare dal facile al difficile dal semplice al complesso.

Elia Zappia

Articolo estratto dal sito  www.fitnessinsight.it